Per anni la sovranità digitale europea è stata trattata come un problema di geografia: basta che i dati stiano in un data center sul territorio dell'Unione. Quella definizione oggi non regge più, ed è stata ribattezzata con una certa durezza sovranità di facciata.
Il motivo è che la localizzazione fisica non determina da sola chi può accedere ai dati. Se il fornitore è soggetto a una legislazione extra-europea che gli impone di rispondere a richieste di autorità straniere, la posizione del server diventa un dettaglio. La domanda rilevante non è dove sono i dati ma a quale ordinamento risponde chi li controlla.
Da qui si arriva a una nozione più esigente, che riguarda l'intera catena tecnologica: chi produce i chip, chi controlla il software di base, chi mantiene i modelli, chi gestisce le operazioni. Una dipendenza su un solo anello è sufficiente a rendere fragile tutto il resto, come ha mostrato ogni tensione commerciale degli ultimi anni.
Nel campo dell'intelligenza artificiale il tema è particolarmente acuto perché la catena è lunga e concentrata. Acceleratori prodotti da pochissimi attori, modelli di frontiera sviluppati in un numero ristretto di laboratori, infrastruttura di inferenza dominata da un pugno di operatori. Ogni livello è un punto di dipendenza potenziale.
La risposta praticabile non è l'autarchia, che non è realistica né desiderabile, ma la riduzione delle dipendenze non necessarie: modelli sostituibili, standard aperti, infrastruttura di elaborazione su cui si ha controllo effettivo, contratti che regolano esplicitamente accesso ai dati e continuità del servizio. Per un'impresa sono scelte architetturali; per un continente sono scelte industriali.