Il Data Act introduce un principio che nel mondo industriale ha conseguenze profonde: i dati generati da macchine, impianti e prodotti connessi non appartengono automaticamente e in esclusiva al costruttore. Utilizzatori e, a determinate condizioni, terzi indicati dall'utilizzatore hanno diritto di accedervi e di portarli altrove.
Per il settore OT questo significa rimettere mano a scelte tecniche sedimentate. Molti protocolli industriali sono stati progettati per ambienti chiusi, dove la sicurezza derivava dall'isolamento della rete e l'accesso ai dati passava dal software del costruttore. Aprire quei flussi in modo controllato richiede API, autenticazione, gestione delle autorizzazioni e segregazione tra dati operativi e dati commerciali.
Il capitolo contrattuale è altrettanto impegnativo. I contratti di fornitura di macchinari e servizi connessi vanno rivisti per definire cosa viene raccolto, chi può accedervi, con quali modalità tecniche e con quali garanzie di continuità. Le clausole che di fatto impedivano la portabilità sono destinate a essere riscritte.
Sul piano della sicurezza la questione è delicata. Ogni interfaccia di accesso ai dati industriali è una superficie di attacco aggiuntiva su sistemi che spesso non sono stati progettati per essere raggiungibili. La compliance al Data Act e la sicurezza OT vanno affrontate insieme, altrimenti la prima crea problemi alla seconda.
L'opportunità, però, esiste ed è consistente. Dati di impianto accessibili in formati utilizzabili sono la materia prima per manutenzione predittiva, ottimizzazione dei consumi e controllo qualità basati su AI. Le aziende che affrontano l'adeguamento come progetto di valorizzazione del dato, e non come adempimento, si trovano in mano un asset che prima era chiuso nel software di un fornitore.